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60 anni di televisione in Italia

fulvia-colombo60 anni fa, il 3 gennaio 1954, nasceva la televisione in Italia. O meglio: il Programma Nazionale della Rai (poi Rete 1 e poi Rai1) iniziava le sue trasmissioni regolari. 



Era una domenica e il primo volto che venne lanciato nell’etere (dal Centro di produzione di Corso Sempione a Milano) fu quello dell’annunciatrice Fulvia Colombo (in foto) che accolse così i telespettatori:

La Rai, Radio televisione italiana, inizia oggi il suo regolare servizio di trasmissioni televisive.

In realtà i telespettatori di quella che ancora veniva percepita come una “radio con le immagini” erano pochi: nei primi mesi dell’anno gli abbonati erano circa 24 mila e solo a dicembre si superò gli 88 mila. Quattro anni dopo si superò il milione di abbonati e in 10 anni si raggiunse la soglia dei 5 milioni.

Il primo programma vero e proprio debuttò alle 14,30, si chiamava Arrivi e partenze ed era una rubrica di interviste a personaggi famosi che, appunto, arrivavano o partivano dall’aeroporto di Ciampino. I padroni di casa della trasmissione erano Armando Pizzo e Mike Bongiorno, la regia era affidata ad Antonello Falqui. Il primo telegiornale andò in onda alle 20,45 ed in seconda serata debuttò La domenica sportiva, il programma più longevo della nostra televisione. Successivamente i palinsesti del Programma Nazionale sono diventati la storia che tutti noi conosciamo attraverso programmi di retrospettiva e che qui sarebbe troppo lungo ricordare.

Soffermiamoci piuttosto su alcune caratteristiche della nascente televisione: era una tv di “servizio pubblico puro”, a forte vocazione pedagogica e un po’ a trazione democristiana. I quiz, o meglio i giochi a premi, si affidavano al puro nozionismo (che allora era considerato sinonimo di cultura); le fiction, anzi gli sceneggiati, erano spesso trasposizioni di grandi opere letterarie. C’era pure il Maestro Manzi che, con la sua Non è mai troppo tardi, insegnava a leggere e a scrivere ad un’Italia ancora in gran parte analfabeta. Il ruolo culturale svolto dalla tv nel dopoguerra è stato fondamentale. Eravamo un paese che aveva raggiunto l’unità (sulla carta) da nemmeno 100 anni ma eravamo ancora un popolo più diviso dai dialetti che unito nel segno dell’italiano. Non ci vorremmo avventurare in paragoni estremi e apparentemente ridicoli, ma – per iperbole – potremmo dire che, come Dante nel Trecento, così (e forse i maniera più incisiva) Mike Bongiorno e altri, nel secondo dopoguerra, permisero la diffusione di una lingua comune e di abitudini e tradizioni nazionali, di un comune sentire.

La funzione pedagogica della Rai dominò incontrastata per circa 20/30 anni. Con l’arrivo del colore e del Secondo Canale il predominio della Rete 1 cominciò a venire meno: non c’era più il canale unico, si poteva scegliere di non guardare la televisione pedagogica; il colore fece in modo che il grigiore del programma educativo si riducesse. Durante gli anni Settanta cominciarono a prendere vita le tv commerciali che si mettevano in concorrenza con la Rai e la sfidavano su un progetto editoriale ed economico diverso. Trenta anni dopo la nascita della tv, nel 1984, il panorama televisivo italiano era completamente cambiato. Il progetto, che a molti sembrava visionario, del “folle” Silvio Berlusconi era ormai realtà. La Finivest (poi Mediset) era un gruppo che poteva concorrere con la Rai, con lo stesso numero di reti e con un progetto completamente diverso, quello commerciale, consumistico e “americano”. Eravamo nell’era dell’edonismo reaganiano degli anni Ottanta, negli anni del riflusso dopo i pesanti Anni di Piombo. E anche Mike Bongiorno, uno dei padri della tv italiana, era passato alla concorrenza per diventare anche il padre della tv commerciale italiana, ma questa è un’altra storia…

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