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Giustizia e tv: se le trasmissioni di cronaca e il pubblico si trasformano nel “tribunale del popolo”

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Le trasmissioni che si occupano di cronaca nera sono molteplici e il loro “peso giudiziario” è aumentato in modo fortissimo negli ultimi anni. Non è nostra intenzione criticare questo tipo di programmi ma ci interessa piuttosto capire il loro ruolo sulla società e sui processi stessi. Prendiamo spunto dal giallo di Garlasco, con la sentenza di Cassazione che ha definitivamente condannato Alberto Stasi per l’omicidio della fidanzatina Chiara Poggi; e ci serviamo di un lucido pezzo di Vittorio Feltri, pubblicato ieri su Il Giornale



L’articolo di Feltri, Più della giustizia ha trionfato la tv, si apre con una ricostruzione della vicenda:

Si va a processo con Alberto a piede libero. Che viene assolto. Appello: seconda assoluzione. La Cassazione però ordina il rifacimento dell’appello. E qui arriva la prima condanna a sedici anni. Si torna in Cassazione. Il procuratore generale, cioè l’accusa, chiede un nuovo processo in quanto il verdetto non sta in piedi: mancano prove e perfino indizi, che devono basarsi su elementi di fatto e non su congetture, per quanto logiche. Tutti si aspettano che Stasi debba subire un nuovo giudizio. Invece – sorpresa – viene confermata la sentenza (passata in giudicato) che gli affibbia sedici anni di galera. Cosa è accaduto?

Secondo Vittorio Feltri, il peso avuto dalle trasmissioni televisive è stato importantissimo:

Hanno vinto le televisioni che al delitto hanno dedicato decine e decine di trasmissioni durante le quali fior di colpevolisti accaniti si sono esercitati nell’arte sadica di trafiggere l’imputato, spacciando per verità acclarate un sacco di balle, invenzioni, supposizioni prive di fondamento. I media sfruttano con sapienza gli ammazzamenti per fare ascolti. La gente si appassiona ai gialli e li segue sul video con morbosa attenzione.



Feltri rileva che “I colpevolisti prevalgono sugli innocentisti: è una regola fissa. Il desiderio di vendetta sociale è forte”. L’editorialista analizza anche il ruolo della televisione nel processo, o meglio, in una sorta di processo esterno alle aule tribunalizie ma altrettanto importante nella formazione del giudizio di condanna:

Gli avvocati di parte civile sono scatenati. Svolgono il loro mestiere. Quelli di Stasi, convinti di essere in una botte di ferro, snobbano i media, persuasi che sia controproducente difendersi davanti alle telecamere anziché in aula. Illusione. Le telecamere, nella civiltà delle immagini, contano di più delle dotte arringhe dei principi del foro. […] La folla applaude felice ogni volta che il cancello della galera si chiude alle spalle di un uomo o di una donna sputtanati dalla tv e castigati dal tribunale.

Questa la conclusione di Vittorio Feltri:

Nessuno che dica quanto sia crudele un sistema che si basa sull’appello dei giudici anziché esclusivamente su quello dell’imputato. Nessuno che si indigni se un individuo viene privato della libertà anche se su di esso non gravano prove né indizi. Siamo nauseati. Non ce la prendiamo con i giudici, ma con chi li mette in condizione di rendersi strumenti di una giustizia acefala.

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