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Tv e Twitter? Rapporto sopravvalutato…

All’inizio erano studi sul lavoro di Henry Jenkins e analisi sulla tv convergente, studi seri, validi e estremamente interessanti. Poi spesso capita che le teorie, anche quelle più solide e calzanti, entrino nel mare magnum della semplificazione estrema… 


Quello che fino a un anno fa era un argomentato discorso sulla televisione convergente adesso è diventato un bulimico chiacchiericcio sulle “magnifiche sorti e progressive” del rapporto tra programmi tv e Twitter.

L’analisi del rapporto tra televisione e social network rimane certamente uno dei punti cardini dello studio sulla convergenza ma negli ultimi mesi, nelle analisi di molti commentatori, Twitter sembra divenuto il termometro principe per capire la tv, un nuovo strumento che volentieri si sostituirebbe al tanto vituperato Auditel.

Ma gli errori che si fanno sono di due ordini: uno di grado veramente basso e di facile smentita e un altro di grado più alto su cui è necessaria una riflessione.

Partiamo da quello che crediamo essere l’errore più infimo. Spesso si cita il numero di hashtag che riceve una trasmissione per ricavarne il successo. Gli hashtag sono le “etichette” ai commenti postati su Twitter; gli hashtag, preceduti da #, servono a indicare subito l’argomento di cui si sta parlando. Il fatto che ci siano molti hashtag con il titolo della trasmissione o col nome del presentatore non significa che siano tutti commenti positivi, anzi, spesso sono feroci critiche o commenti sarcastici. Insomma un gran numero di hashtag significa solo che se ne sta parlando, non che tale trasmissione piaccia (e magari chi commenta o fa domande o considerazioni su un dato show neanche sta guardando la trasmissione…).


Ma questa è la considerazione più banale. Una riflessione più approfondita andrebbe fatta su un altro punto: se una trasmissione è un successo su Twitter sarà anche un successo in tv? E se è un successo sul social network dell’uccellino sarà anche appetibile per i pubblicitari che devono fare spot nel programma?

Tali domande, a nostro modesto avviso, si meritano due netti no (almeno per ora). L’errore di prospettiva originale sul rapporto tra Twitter e tv è stato generato dalla trasmissione di Fiorello, #ilpiùgrandespettacolodopoilweekend, andata in onda lo scorso autunno.

Il programma fu un successo stratosferico in tv e su Twitter (bisogna ricordare che fino allo scorso anno Fiorello era il “re” del panorama italiano di Twitter).

Peccato che poi in seguito le cose non siano andate nello stesso modo… Quasi mai (se si escludono eventi come Sanremo o Celentano) i programmi più twittati sono stati anche i programmi più visti secondo Auditel (che non sarà il miglior metodo possibile ma è il miglior metodo realistico per valutare gli ascolti).

Facciamo alcuni esempi: nelle ultime settimane, campione assoluto tra i programmi tv su Twitter è stato X Factor 6 (#xf6). A fronte di un movimento immenso sul social network, X Factor in tv raggiungeva a malapena il milione di telespettatori (su quasi 5 milioni di abbonamenti Sky).

Grande “traffico” su Twitter lo ha generato anche The Apprentice con Flavio Briatore che però su Cielo si è fermato all’1/2% di share. Grande apprezzamento su Twitter lo ottengono anche le trasmissioni di Formigli e Santoro ma in tv si fermano rispettivamente al 6/7% di share e al 10/12%. Pechino Express ha avuto un buon riscontro su Twitter ma in tv ha raggiunto solo il 9% (peraltro le prime puntate, con share più basso, sono state le più commentate sul web).

Trasmissioni di successo come i game show preserali o le fiction di punta di Rai e Mediaset sono praticamente assenti sul social network eppure arrivano a interessare tra i 4 e i 7 milioni di telespettatori con il 18/22% (o più) di share.

Cosa se ne può dedurre da questo? Che per quanto vasto sia il numero di Twitter-addicted, tale moltitudine non rappresenta un campione rappresentativo del pubblico tv (una delle più semplici regole della statistica ci dice che per avere un’indagine corretta non conta tanto l’ampiezza del numero degli interrogati quanto la rappresentatività del campione scelto rispetto all’intera popolazione).


Ma passiamo alla seconda domanda. Le trasmissioni col pubblico più attivo su Twitter sono più appetibili per i pubblicitari? A questo interrogativo rispondiamo con un altro quesito: E perchè mai dovrebbe essere così? Ci piacerebbe avere il parere di qualche pubblicitario ma tendiamo ad escludere che sia una valutazione pertinente. Certamente, almeno in parte, il pubblico attivo sul web è compreso in quello che è il target più apprezzato per la pubblicità, il target commerciale 15-64 anni. E’ lapalissiano che il web sia in maggioranza usato dai più giovani. Ma è altrettanto vero che il target commerciale (usato dai pubblicitari di tutto il mondo, negli Usa addirittura la fascia si restringe ai 18-49 anni) non sia tutto concentrato sul twittare mentre guarda la tv!

Questa è una falsa convinzione dei soliti noti che ci vogliono tutti “civilmente impegnati”, tutti esperti, tutti decisi a far sentire la propria idea su un dato argomento. La maggioranza è invece quella silenziosa, quella che dopo aver lavorato tutto il giorno, magari anche davanti al pc, non si vuole ulteriormente impegnare a postare le proprie considerazioni da uno smartphone o da un tablet.

La pancia del paese (che negli investimenti pubblicitari conta) non sente l’esigenza di farsi consigliare i programmi tv su Twitter, è così in tutti i paesi del mondo.


Questa ubriacatura a proposito del rapporto tra Twitter e tv sembra derivare dalle stesse considerazioni snob che portano le elite a storcere la bocca a proposito dei programmi che hanno successo; Twitter è spesso un circolo chiuso tra addetti ai lavori e appassionati che fa perdere la bussola sui veri gusti del paese. Analizzare la tv solo, o principalmente, in base a Twitter rischia di farci chiudere gli orizzonti. E’ la solita storia di sempre, i soliti noti se la cantano e se la suonano ma il paese va in un’altra direzione.

Quindi, prendiamo in analisi quello che succede su Twitter ma non cadiamo nel tranello di vederla come esperienza totalizzante, ricordiamoci che la gran parte della platea televisiva (anche quella del target pubblicitario) non ha un account Twitter o non lo segue con dipendenza assidua (specialmente se sta guardando la tv). Ritorniamo alla realtà…

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